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	<title>ALL REDS &#187; S.O.S. L&#8217;Aquila</title>
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		<title>L&#8217;Aquila 6 aprile 2009 &#8211; 6 aprile 2020</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2020 11:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
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		<category><![CDATA[AVUS Associazione Vittime Universitarie Sisma 6 aprile]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.angelocivitareale.it/blog/www.angelocivitareale.it/blog/public/wp-uploads/2020/04/vittime_terremoto_laquila-300x250.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-4536" title="vittime_terremoto_laquila-300x250" src="http://www.angelocivitareale.it/blog/www.angelocivitareale.it/blog/ public/wp-uploads/2020/04/vittime_terremoto_laquila-300x250.png" alt="vittime_terremoto_laquila-300x250" width="300" height="250" /></a></p>
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		<title>Carsoli ►Grotta del secchio</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Mar 2017 09:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
				<category><![CDATA[S.O.S. L'Aquila]]></category>

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Esplorata nel 1994 dal GS CAI Roma, dopo un lungo lavoro di disostruzione dell’ingresso, questa bellissima grotta si mantiene pressoché inalterata, segno della coscienza ambientale maturata in campo speleologico.
Non sono necessarie attrezzature per percorrerla, ma la sua visita richiede di cimentarsi con alcune strettoie prima di poterla ammirare in tutto il suo splendore.
Superato il primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/03/P1090860-700x525.jpg" alt="" /></p>
<p>Esplorata nel 1994 dal GS CAI Roma, dopo un lungo lavoro di disostruzione dell’ingresso, questa bellissima grotta si mantiene pressoché inalterata, segno della coscienza ambientale maturata in campo speleologico.<br />
Non sono necessarie attrezzature per percorrerla, ma<span id="more-4483"></span> la sua visita richiede di cimentarsi con alcune strettoie prima di poterla ammirare in tutto il suo splendore.<br />
Superato il primo tratto di cunicolo, si rimane già incantati dalle innumeroveli concrezioni che appaiono agli occhi.<br />
Ma è solo l’inizio di quello che ci attende dopo: colate, stalattiti, stalagmiti, eccentriche, colonne, generalmente bianche.<br />
Fino ad arrivare, superato il cosiddetto “laminatoio” (una lunga strettoia che ogni tanto richiede di riprendere fiato), ad un meraviglioso fiume fossile, con vaschette densamente popolate di speleotemi coralloidi, e ad un lago fossile, sovrastato da cortine immense di diversi colori che resteremmo a guardare per ore.<br />
Ovunque lo sguardo va a finire si resta incantati per la quantità e varietà di concrezioni individuabili, in un quadro variopinto che la natura è riuscita pazientemente a creare nell’arco di migliaia e migliaia di anni.<br />
E che nelle foto che seguono abbiamo in parte provato a catturare, per quanto possibile, con una macchina fotografica [utilizzare la funzione SlideShow (SL) o cliccare su FullScreen (FS) per una visualizzazione a<br />
schermo pieno]<br />
(FONTE www.6aprile.it)</p>
<p>vedi ► <a href="http://http://www.6aprile.it/featured/2017/03/06/unaltra-meraviglia-della-natura-la-grotta-del-secchio-a-carsoli-aq.html">http://www.6aprile.it/featured/2017/03/06/unaltra-meraviglia-della-natura-la-grotta-del-secchio-a-carsoli-aq.html</a></p>
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		<title>Metanodotto e aere sismiche</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 18:36:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ll metanodotto Snam attraversa tutte le aree sismiche dell’Italia centrale, compreso il comprensorio aquilano
Si chiama  “Che ne sai del progetto Snam” l’incontro informativo che organizza 3e32 a CaseMatte, nell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio all’Aquila, il prossimo mercoledì 8 febbraio, alle ore 18.
L’incontro pubblico è organizzato insieme agli attivisti e alle attiviste della Rete Adriatica No [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2011/09/metanodotto_snam.jpg" alt="" />ll metanodotto Snam attraversa tutte le aree sismiche dell’Italia centrale, compreso il comprensorio aquilano<br />
Si chiama  “Che ne sai del progetto Snam” l’incontro informativo che organizza 3e32 a CaseMatte, nell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio all’Aquila, il prossimo mercoledì 8 febbraio, alle ore 18.<br />
L’incontro pubblico è organizzato insieme agli attivisti e alle attiviste della Rete Adriatica No Snam e Altre Menti di Sulmona, che <span id="more-4441"></span>saranno presenti all’iniziativa. L’opposizione al progetto della grande opera del metanodotto Snam assume ancora più importanza alla luce del tragico sciame sismico che ha investito l’Appennino centrale da agosto ad oggi.</p>
<p>Una operazione commerciale che promette lauti profitti a vantaggio esclusivo della società proponente. E gravi conseguenze per i territori interessati dal passaggio della grande opera: oltre all’attraversamento in aree altamente sismiche, infatti, ci sono pericoli per esplosioni, e poi tre parchi nazionali, uno regionale ed oltre venti siti ambientali di rilevanza comunitaria sventrati; terreni sottratti alle colture e agli usi civici; problemi connessi all’attraversamento di bacini imbriferi.<br />
Un tubo lungo 687 chilometri, con un diametro di 120 cm e 40 metri di servitù, che incombe anche sull’entroterra aquilano, compreso il capoluogo di regione. L’assemblea dell’Aquila affronterà le criticità della grande opera e le ripercussioni sull’ambiente e sulle economie locali della sua eventuale costruzione, con il contributo dei comitati cittadini di Sulmona e del collettivo Altrementi Valle peligna, e discuterà delle azioni di contrasto da adottare. Come cittadini del territorio aquilano siamo tutti invitati ad esserci!<br />
____<br />
INFO e CONTATTI<br />
caseMatte Collemaggio, Ex Ospedale Psichiatrico L’Aquila<br />
www.3e32.org<br />
info.3e32@gmail.com</p>
<p>(fonte ►<a href="http://www.6aprile.it/featured/2017/02/06/metanodotto-e-aree-sismiche-incontro-a-laquila.html">6aprile.it</a>)</p>
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		<title>«La faglia di Campotosto mancava ancora all&#8217;appello» (Galadini,INGV)</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 18:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
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«La faglia di Campotosto mancava ancora all&#8217;appello. Lo sapevamo ed è accaduto»; lo spiega Fabrizio Galadini, responsabile della sede dell’Aquila dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.
di Antonio Maria Mira, AVVENIRE – “La faglia di Campotosto mancava ancora all’appello della lunga serie di scosse iniziata il 24 agosto. Lo sapevamo ed è accaduto. È un sistema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/02/montereale_campotosto_faglia_gorzano_18gennaio2017-700x434.jpg" alt="" /></p>
<p>«La faglia di Campotosto mancava ancora all&#8217;appello. Lo sapevamo ed è accaduto»; lo spiega Fabrizio Galadini, responsabile della sede dell’Aquila dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.<br />
di Antonio Maria Mira, AVVENIRE – “La faglia di Campotosto mancava ancora all’appello della lunga serie di scosse iniziata il 24 agosto. <span id="more-4434"></span>Lo sapevamo ed è accaduto. È un sistema collegato che prima si è attivato verso nord e ora verso sud”. Così ci spiega Fabrizio Galadini, responsabile della sede dell’Aquila dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Capotosto è affacciato al lago omonimo, nel Parco nazionale del Gran Sasso, tra Abruzzo e Lazio.<br />
Perché lo sapevate?<br />
Lì c’è una faglia che sapevamo tutti quanti che non aveva ancora rilasciato terremoti. Lo abbiamo detto e lo abbiamo scritto. È il tratto di Campotosto della grande faglia della Laga che già si era attivata con le scosse di Amatrice nella sua parte settentrionale e che ora si è messa in movimento a sud-est con questi tre terremoti.<br />
Terremoto previsto, dunque?<br />
Diciamo che era abbastanza chiaro che lì c’era un vuoto di sismicità. Questa faglia, che corre alle pendici del monte Gorzano, non aveva rilasciato terremoti. Solo nel 2009 dopo il terremoto dell’Aquila c’era stato un 5.4, ma poi più nulla.<br />
E prima?<br />
Se andiamo a vedere la storia sismica non c’è un terremoto riferibile a quella faglia. Siccome non c’è, presumibilmente sono molti secoli che quella faglia non rilascia terremoti forti, per cui già dal 2009 noi abbiamo una grande attenzione per quella zona e a maggior ragione adesso.<br />
E ora?<br />
Con queste tre scosse non si risolve il problema. Questa faglia potenzialmente è in grado di generare terremoti molto più forti, anche 6.5. Con tre terremoti superiori a 5 non si riempie questa potenzialità.<br />
Perché potrebbe generare scosse ancora più forti?<br />
Perché è lunga 20 chilometri. La grandezza di un terremoto è legata alla dimensione della frattura che si genera nella crosta. La lunghezza della faglia di Campotosto è compatibile con una magnitudo di 6.5. Ce ne vorrebbero circa trenta di magnitudo 5. E invece con quello del 2009 siamo solo a quattro.<br />
C’è da aspettarsi altro?<br />
La gente penserà che ora la faglia di Campotosto ha dato ed è finita lì. Non è così. Magari ora per decenni non ci sarà più nessun terremoto forte, però potrebbe pure farlo.<br />
E ora quale altra faglia è a rischio?<br />
Ci sarebbe quella di Campo Imperatore e del Gran Sasso. Una faglia enorme, subito successiva a quella di Campotosto, e che non ha mai rilasciato terremoti storici. Sta là. Speriamo…</p>
<pre>(Fonte ►<a href="http://">6aprile.it</a>)</pre>
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		<title>La faglia di Campotosto</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 18:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
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La faglia dei Monti della Laga, conosciuta anche come faglia del Monte Gorzano o faglia di Campotosto-Amatrice, è una struttura complessa, di lunghezza pari a circa 30 km e bordiera rispetto ai bacini di Amatrice a nord e Campotosto a sud. È orientata circa NNW-SSE con immersione verso SW di 60°-70°.
Similmente alla faglia del Gran [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/02/faglia_monti_laga_campotosto_gorzano-700x488.jpg" alt="" /></p>
<p>La faglia dei Monti della Laga, conosciuta anche come faglia del Monte Gorzano o faglia di Campotosto-Amatrice, è una struttura complessa, di lunghezza pari a circa 30 km e bordiera rispetto ai bacini di Amatrice a nord e Campotosto a sud. È orientata circa NNW-SSE con immersione verso SW di 60°-70°.<br />
Similmente alla faglia del Gran Sasso ed a quella di Sulmona essa è posta esternamente (ad est) del fascio di faglie sismogenetiche principali dell’appennino e similmente ad esse appare “silente”.<span id="more-4430"></span>►continua a leggere<br />
Tuttavia i suoi ratei di movimento stimati in un periodo corrispondente all’Olocene denunciano chiaramente che la sua prossima riattivazione non dovrebbe essere molto lontana (nel senso che l’elapsed time, invero il tempo trascorso dalla sua ultima attivazione, è circa paragonabile ad un suo possibile tempo medio di ritorno).<br />
Nella zona di Camposto essa è costituita da due segmenti principali a quote diverse, il più occidentale dei quali è stato indagato per mezzo di trincee paleosismologiche.<br />
Dette analisi hanno permesso di accertare che la faglia, pur non avendo associata sismicità storica rilevante, si è attivata ripetutamente nel corso dell’Olocene, sicuramente negli ultimi 8000 anni.<br />
Purtroppo, l’assenza di depositi recenti databili con sicurezza non ha permesso la scansione degli eventi in maniera univoca, ma i ratei di movimento calcolati durante l’Olocene (0.7-0.9) evidenziano il ripetersi di eventi di fagliazione di superficie non diversi a quelli delle altre strutture sismogenetiche riconosciute in appennino centrale.<br />
La faglia corre esclusivamente in zona montana, priva di insediamenti abitativi di importanza (Campotosto è ubicato ad oltre un chilometro nell’hanging-wall della faglia). Tuttavia essa lambisce una delle tre dighe a gravità ordinaria (Diga Rio Fucino, alta 44 m) del Lago (224 milioni di metri cubi d’invaso), la cui rottura in caso di fagliazione comporterebbe un’ondata di piena lungo il corso d’acqua drenante l’invaso, le cui conseguenze devono essere attentamente valutate e mitigate. [fonte: INGV, 2009]<br />
LE CONSIDERAZIONI DEL GEOLOGO<br />
Il dottor Leo Adamoli, coordinatore nazionale della Sezione di Geologia Ambientale della Società Geologica Italiana, il 25 gennaio 2017 ha rilasciato un comunicato riguardante questa faglia.<br />
«In riferimento alla Faglia dei Monti della Laga (borda ad occidente l’omonima catena e si sviluppa, nell’estremo settore meridionale, lungo il confine tra il comune di Crognaleto ed il comune di Campotosto), studi ed analisi paleosismologiche hanno già da tempo accertato che tale segmento di faglia si è ripetutamente attivato negli ultimi 8000 anni, e tale faglia nell’attuale sequenza sismica in atto nella provincia de L’Aquila ha dato origine, lo scorso 18 gennaio, ai 4 eventi sismici di magnitudo Mw variabile da 5.0 a 5.5.<br />
L’assenza di terremoti storici importanti (Mw &gt; 6 ), riferibili all’attivazione della Faglia dei Monti della Laga, consente di definire tale sorgente sismogenetica (similmente alla Faglia delle Tre Selle) come “silente” in epoca storica, ma non si può naturalmente escludere la possibilità di futuri forti terremoti con magnitudo Mw massima attesa pari a 6.5 – 6.7 e quindi un elevato livello di pericolosità sismica per le aree prossime a tale sorgente.<br />
A tale proposito è opportuno ricordare che la “Faglia dei Monti della Laga” corre a breve distanza (circa 160 metri) dalla diga di Rio Fucino del Lago di Campotosto (224 milioni di metri cubi d’invaso) e che in caso di rotture di faglia in superficie (massimo rigetto superficiale atteso intorno al metro), i possibili gravi danneggiamenti e comunque l’eventuale rottura della suddetta diga in calcestruzzo, alta 44 metri, causerebbe un’onda di piena lungo il Rio Fucino, e quindi sul fondovalle del Fiume Vomano, le cui conseguenze non sono ancora state adeguatamente valutate e mitigate.<br />
Si esclude invece la possibilità di importanti fenomeni franosi che, coinvolgendo i rilievi circostanti il lago di Campotosto, possono dare corso ad un “effetto Vajont”, in quanto non sussistono le condizioni geomorfologiche e geologico-strutturali necessarie per il verificarsi di tale evento.<br />
Si segnala infine l’urgente necessità di ulteriori indagini e studi sulla “Faglia dei Monti della Laga” e naturalmente sulla diga del Rio Fucino sia per un’approfondita analisi degli scenari di rischio sia per una attenta valutazione delle eventuali variazioni che lo svuotamento più o meno rapido del bacino artificiale potrebbe apportare allo stato tensionale della faglia stessa».</p>
<pre>(fonte ►<a href="http://www.6aprile.it/featured/2017/02/06/la-faglia-dei-monti-della-laga-o-campotosto-o-gorzano.html">6aprile.it</a> )</pre>
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		<title>Sorgente dei terremoti del 18/1/17</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 10:17:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le analisi sui dati da satellite hanno consentito di misurare i movimenti del suolo generati dai 4 eventi sismici di magnitudo da 5 a 5.5 che si sono verificati il 18 gennaio scorso nell’area di Montereale, e di individuare la faglia sorgente dei terremoti.
Tale attività è coordinata dal Dipartimento della Protezione Civile (DPC) e viene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.6aprile.it/wp-content/themes/newswire/includes/timthumb.php?src=wp-content/uploads/2017/02/2017-01-18_sorgente_terremoti.jpg&amp;h=300&amp;w=1020;zc=1" alt="INGV, INDIVIDUATA LA SORGENTE DEI TERREMOTI DEL 18 GENNAIO 2017" />Le analisi sui dati da satellite hanno consentito di misurare i movimenti del suolo generati dai 4 eventi sismici di magnitudo da 5 a 5.5 che si sono verificati il 18 gennaio scorso nell’area di Montereale, e di individuare la faglia sorgente dei terremoti.<br />
Tale attività è coordinata dal Dipartimento della Protezione Civile (DPC) e viene svolta da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IREA di Napoli), centri di competenza nei settori della sismologia e dell’elaborazione dei dati radar satellitari, con il supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI).<span id="more-4411"></span><br />
Grazie all’uso dei dati radar, acquisiti dai satelliti della costellazione Sentinel-1 del Programma Europeo Copernicus e ALOS-2 dell’Agenzia Spaziale Giapponese (JAXA) in forza di un accordo con ASI, il team di ricercatori CNR-IREA è stato in grado di misurare i movimenti del suolo causati dai terremoti del 18 gennaio.<br />
L’INGV ha utilizzato le mappe dello spostamento del suolo elaborate da IREA-CNR per generare un modello della faglia lungo la quale sono avvenuti, a profondità variabili tra 8 e 10 km, i 4 eventi del 18 gennaio nel giro di poche ore. Lo scorrimento massimo della crosta terrestre lungo la faglia ammonta a circa 90 cm e non ha raggiunto la superficie ma si è fermato a circa 3 km di profondità (Figura 1). Il modello ricostruito è ancora preliminare ma indica chiaramente che questi terremoti sono avvenuti sul piano di faglia regionale del Monte Gorzano, lo stesso sul quale il 24 agosto 2016 è iniziata la sequenza con l’evento di Amatrice, e su cui nel 2009 si erano verificati degli eventi più piccoli nella zona di Campotosto (Figure 2 e 3).</p>
<p><strong>Figura 1 – vista da sud-ovest della faglia del Monte Gorzano con i segmenti che si sono attivati dal 2009 al 18 gennaio 2017.</strong></p>
<p><img src="http://comunicazione.ingv.it/images/news/news/news_modello_montereale_1.jpg" alt="news modello montereale 1" /><br />
Figura 2 – Vista in pianta dei segmenti di faglia che si sono attivati dal 2009 ad oggi con eventi sismici di diversa magnitudo. E’ indicata la sorgente dei terremoti di Montereale.</p>
<p><img src="http://comunicazione.ingv.it/images/news/news/news_modello_montereale_2.jpg" alt="news modello montereale 2" /><br />
Figura 3 – Visione prospettica da ovest dei modelli di sorgente dei principali terremoti nell&#8217;area dal 6 aprile 2009 ad oggi. Si veda la figura 3 per i riferimenti geografici.</p>
<p><img src="http://comunicazione.ingv.it/images/news/news/news_modello_montereale_3.jpg" alt="news modello montereale 3" /></p>
<p>fonte ►<a href="http://www.6aprile.it/featured/2017/02/06/ingv-individuata-la-sorgente-del-terremoto-del-18-gennaio-2017.html"> 6aprile.it</a></p>
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		<title>VALENSISE (INGV): POSSIBILI ALTRI TERREMOTI, FINO A MAGNITUDO 5.5</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2017 23:19:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
«Il “buco” che va da Montereale all’Aquila è stato riempito solo in parte. Potremmo aspettarci, nell’area a sud-est di Amatrice, qualche altra scossa di magnitudo simile a quelle che si sono già verificate, tra 5 e 5.5 della scala Richter». 
Sono le parole di Gianluca Valensise, responsabile dell’Ufficio di presidenza “Relazioni scientifiche istituzionali” dell’Ingv. L’Istituto nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-family: &quot;Lucida grande&quot;, tahoma, verdana, arial, sans-serif; color: #444444; font-size: 12px;"><img style="margin-bottom: 10px;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2016/10/sismografo-terremoto-705x402.jpg" alt="" width="700" height="399" /></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">«<strong>Il “buco” che va da Montereale all’Aquila è stato riempito solo in parte. Potremmo aspettarci, nell’area a<span id="more-4327"></span> sud-est di Amatrice, qualche altra scossa di magnitudo simile a quelle che si sono già verificate, tra 5 e 5.5 della scala Richter</strong>».<span id="more-69589"> </span></span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">Sono le parole di <strong>Gianluca Valensise</strong>, responsabile dell’Ufficio di presidenza “Relazioni scientifiche istituzionali” dell’Ingv. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia chiarisce rischi e possibilità di un altro terremoto, dopo l’allarme che si è diffuso a macchia d’olio, sulla base del verbale della Commissione grandi rischi, che non ha escluso una nuova scossa di magnitudo tra 6.5 e 7.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">Secondo Valensise «<strong>il tratto intermedio, da Montereale all’Aquila, potrebbe essere interessato da altri fenomeni sismici, non superiori a 5 gradi di magnitudo. Il sistema di faglie che si era attivato nel 2009 generando il terremoto dell’Aquila», spiega, «presumibilmente non è attualmente carico di energia. Di conseguenza, non è in grado di produrre forti terremot</strong>i».</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">Dichiarazioni precise e circostanziate dell’Ingv, che vengono sottolineate e riprese dal geologo <strong>Antonio Moretti</strong>, docente dell’Università dell’Aquila.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">«Con Valensise abbiamo sempre avuto qualche divergenza scientifica», ammette Moretti, «fin da quando eravamo borsisti all’Istituto di geofisica, ma facciamo lo stesso mestiere e parliamo la stessa lingua. Purtroppo, le sue parole sono state completamente ignorate dalla Commissione grandi rischi».</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">Dopo il terremoto di Montereale, Valensise aveva parlato «di un tratto di collegamento, a«sud est di Amatrice, che poteva produrre ancora terremoti. <strong>Ma fino a 5- 5.5 di magnitudo</strong>». Indicazioni che cozzano con le dichiarazioni della Commissione grandi rischi, che ha elevato tale possibilità fino a 7 gradi di magnitudo, facendo scattare l’allarme tra la popolazione aquilana.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">«Pur non essendo d’accordo su qualche dettaglio con Valensise», sottolinea <strong>Moretti, «ritengo la sostanza del discorso assolutamente corretta</strong>. Se si muoverà qualche segmento di faglia all’interno del sistema dando scosse anche di discreta energia, cosa plausibile, anzi probabile, tale fenomeno può essere inquadrato nel contesto del normale assestamento sismico del territorio. Valensise non ha assolutamente parlato di scosse disastrose che avverranno chissà dove e quando, ma ha elaborato una corretta analisi dei dati. Bisogna avere ancora un po’ di pazienza, ma niente panico. Soprattutto all’Aquila».</span></p>
<pre>(fonte 6aprile.it)</pre>
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		<title>MORETTI: CONSIDERAZIONI SULL’EVOLUZIONE DELLA CRISI SISMICA AQUILANA DEL 2009-2017</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2017 23:13:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
				<category><![CDATA[3.32]]></category>
		<category><![CDATA[Grandi Rischi]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[S.O.S. L'Aquila]]></category>

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		<description><![CDATA[
Considerazioni sull’evoluzione della crisi sismica aquilana del 2009-2017
Antonio Moretti – MeSVA, Università dell’Aquila
Vedi anche:
VIDEO: TERREMOTO, INTERVISTA AL GEOLOGO MORETTI
Già dai giorni immediatamente successivi ai terremoti dell’Aquila del 6 e del 10 aprile 2009 si era venuta a delineare la possibilità del propagarsi della deformazione alle strutture adiacenti verso NW e verso SE. È ben noto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;"><img style="margin-bottom: 10px;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/montereale-pizzoli_gennaio2017_moretti-700x353.jpg" alt="" width="700" height="353" /></span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: center;"><span style="color: #ffffff;"><strong>Considerazioni sull’evoluzione della crisi sismica aquilana del 2009-2017</strong><br />
<strong>Antonio Moretti – MeSVA, Università dell’Aquila</strong></span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">Vedi anche:<br />
<a style="color: #cc0000; text-decoration: none;" href="http://www.6aprile.it/media/video/2017/01/24/video-terremoto-intervista-al-geologo-moretti.html"><strong>VIDEO: TERREMOTO, INTERVISTA AL GEOLOGO MORETTI</strong></a></span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Già dai giorni immediatamente successivi ai terremoti dell’Aquila del 6 e del 10 aprile 2009 si era venuta a delineare la possibilità del propagarsi della deformazione alle strutture adiacenti verso NW e verso SE. È ben noto infatti, ed anche intuitivo, che un terremoto<span id="more-4323"></span><span id="more-69074"> </span>(rilascio di energia elastica sotto forma di onde sismiche) si genera a seguito del movimento improvviso (cambiamento di posizione reciproca) di grandi masse rocciose lungo una superficie discreta (la faglia) che interrompe la continuità delle strutture crostali. Le grandi faglie sismogenetiche in genere si propagano dalla superficie terrestre fino alla profondità di circa 10-12 km dove, in tutto l’Appennino, si sviluppa un piano di debolezza o di “scollamento” tra le rocce della crosta superiore, rigide, e la crosta inferiore, più duttili a causa del progressivo aumento di temperatura e di pressione. Questi movimenti, dell’ordine di grandezza di qualche metro nei grandi terremoti, generano una perturbazione nel campo degli sforzi in sottosuolo e vanno a “spingere” sulle porzioni rocciose adiacenti, le quali, se sono sufficientemente cariche di energia elastica, possono liberarla in una sorta di “effetto domino” che si interrompe quando tutta l’energia del sistema è esaurita. A questa fase segue un periodo più o meno lungo di relativa quiete sismica e di “ricarica” delle strutture tettoniche, secondo la teoria del “ciclo sismico” riportata in figura.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;"><img style="margin-bottom: 10px;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2017_moretti_fig1-700x416.jpg" alt="" width="700" height="416" /></span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Questo modello appare perfettamente verificato dall’andamento storico della sismicità in Appenino centrale: alle grandi crisi sismiche del 1328-1349, 1456-1461, 1688-1706 (figure 2a,2b,2c) sono seguiti lunghi periodi di relativa quiete sismica. Dopo il 1706 infatti le montagne del centro Italia sono state turbate solo dai terremoti del Molise (1805), di Avezzano (1915), e dell’Irpinia (1930, 1980). In tutti questigrandi periodi sismici non è mai accaduto che un forte terremoto “ripercorresse” le aree già interessate da consistenti rilasci di energia sismica.</span></p>
<div style="margin: 0px; padding: 0px 0px 0px 5px; font-size: 12px; float: right;"><span style="color: #ffffff;"><img style="margin: 0px 0px 10px 10px; padding: 0px; display: inline;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2017_moretti_fig2.jpg" alt="" width="345" height="224" /><br />
<img style="margin: 0px 0px 10px 10px; padding: 0px; display: inline;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2017_moretti_fig3.jpg" alt="" width="345" height="224" /><br />
<img style="margin: 0px 0px 10px 10px; padding: 0px; display: inline;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2017_moretti_fig4.jpg" alt="" width="345" height="223" /><br />
<img style="margin: 0px 0px 10px 10px; padding: 0px; display: inline;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2017_moretti_fig5.jpg" alt="" width="345" height="296" /></span></div>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Su questa base storica quindi appare assolutamente ingiustificata la posizione resa dalla commissione grandi rischi, che lascia intendere (ma senza esprimerlo chiaramente) la possibilità di nuovi e devastanti terremoti nell’Aquilano a causa dell’esistenza nell’area di “faglie silenti” non ancora interessate dall’attività sismica. A questo proposito è opportuno precisare che NON SONO LE FAGLIE che rilasciano l’energia elastica, ma le grandi porzioni rocciose circostanti, che occupano un volume crostale di migliaia di Km3.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">La faglia (o le faglie) è solamente l’elemento fisico che limita il sistema, e lungo la quale avviene la rottura ed il successivo scorrimento. Questo è ben espresso dalla pianta di figura 3, dove sono riportate le deformazioni permanenti del suolo avvenute il 30 ottobre 2016, ricavate tramite interferometria laser da satellite.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">La linea verde indica la traccia in superficie del piano di faglia, l’ellisse nera racchiude l’ampia porzione di territorio (ed il relativo sottosuolo) dove le rocce hanno subito una deformazione (nel nostro caso verso il basso) rilasciando al contempo la loro energia elastica.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Si noti che, poiché la faglia maggire (master fault) è inclinata di circa 60-45° verso SW, il massimo rilascio di energia (la scossa principale) si sviluppa sul lato SW, alla profondità di circa 10km, mentre le massime deformazioni del suolo sono rilevate in corrispondenza dell’emersione del piano di faglia sul margine NE. Ovviamente questa porzione al suo interno racchiude centinaia e migliaia di faglie minori le quali, deformandosi progressivamente, danno luogo alle cosiddette repliche o “scosse di assestamento”, termine assolutamente corretto perché si tratta di espressioni di movimenti accessori che “aggiustano” le geometrie di sottosuolo perturbate dalla scossa principale.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Da ciò ne consegue che la distribuzione degli ipocentri è assolutamente rappresentativa delle porzioni crostali che hanno rilasciato la loro energia sismica. In più, vi è un preciso limite alla quantità di energia elastica che un determinato volume di rocce crostali, così come ogni corpo elastico sia esso acciaio o caucciù, può accumulare prima di giungere a rottura, e quindi una precisacorrelazione tra la dimensione della struttura sismogenetica e la magnitudo (la quantità di energia) di un possibile terremoto.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Ciò premesso, analizziamo in dettaglio lo sviluppo del’attività sismica dal 2009 ad oggi. I due terremoti principali del 6 e del 10 aprile 2009 e relative repliche (ben visibili nella mappa di fig. 4a) hanno interessato le faglie di Pettino-Paganica e di Arischia-Collebrincioni ed i relativi volumi di sottosuolo. Negli anni successivi, esaurita l’energia delle strutture aquilane, l’attività sismica si è spostata verso NW, interessando a più riprese con modesti sciami sismici l’area di Montereale, generando un comprensibile allarme nella popolazione ma non il concreto interesse della Commissione Grandi Rischi. A seguito della situazione di crisi comunque l’allora sindaco Lucia Pandolfi ha temporaneamente (ed opportunamente) emesso decreti di interdizione di assembramenti di persone in are chiuse (chiese ecc.) se non adeguatamente dotate di sistemi di sicurezza. La Protezione Civile ha anche installato strutture di accoglienza preventive, provvedimenti che si sono rivelati assolutamente opportuni alla luce delle recenti calamità sismiche.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;"><img style="margin-bottom: 10px;" src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2017_moretti_fig6-700x209.jpg" alt="" width="700" height="209" /></span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">L’attività sismica si è violentemente risvegliata con le scosse del 24 agosto e del 26-30 ottobre dello scorso anno. L’area (o meglio il volume crostale) interessato dalle deformazioni si sviluppa tra Montereale e la Valnerina, interessando (questa volta si!) anche una parte dell’area già colpita dal terremoto del 1979.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Il persistere dell’attività sismica nell’area di Montereale-Capitignano, l’unica che ancora non aveva rilasciato energia dall’inizio della crisi sismica, ha giustamente suscitato interesse e timore sia tra le autorità che tra la popolazione dell’area e di quelle adiacenti. Sulla base della lunghezza della porzione ancora “silente” della struttura sismogenetica profonda (NON delle faglie in superficie) era stata ipotizzata una magnitudo massima inferiore a 6 (come già esposto in precedenza, esiste una precisa relazione tra la dimensione della struttura e la quantità di energia elastica che può essere immagazzinata). Su questa base è stata ipotizzata la forte probabilità di una scossa non catastrofica nell’area di Montereale (vista anche la buona qualità del patrimonio edilizio e del substrato geologico del paese, oggetto pochi anni fa di una dettagliata analisi microsismica da parte del Laboratorio di Geologia e Sismologia del MeSVA-UNIVAQ), ma che avrebbe comunque causato panico e la necessità di porre al riparo la popolazione, viste anche le condizioni meteorologiche.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Giovedì 19 scorso si sono verificate nell’area 4 scosse di magnitudo maggiore di 5 (5.2, 5.4, 5.5, 5.1) succedutesi in rapida successione temporale da NW verso SE lungo un allineamento di circa 10 km, <strong>corrispondente con sorprendente precisione al tratto “mancante” o “silente” della struttura sismogenetica, che appare così “completa” in tutta la sua estensione geografica</strong> (fig. 4b). Sommando le energie delle tre scosse (ricordiamo che la magnitudo è l’espressione in forma logaritmica dell’energia) otteniamo unamagnitudo equivalente di circa 5.9, corrispondente alla massima energia che era possibile attribuire al tratto mancante della struttura. In altre parole il 19 gennaio 2017 si è effettivamente verificato un evento di magnitudo 5.9, articolato in 4 eventi successivi.<br />
Del resto anche il terremoto del 6 aprile 2009 è stato suddiviso dai sismologi INGV in tre eventi successivi, separati da circa 2 secondi l’uno dall’altro; anche il grande terremoto del 1456 (M&gt;7, fig. 2b) è risultato essere articolato in almeno tre scosse in rapida successione. Si tratta quindi di un fenomeno assolutamente comune (od almeno certo non sorprendente) nella storia sismica passata e recente dell’Appennino!!</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px; text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">Alla luce di quanto esposto appare assolutamente ingiustificato, tanto storicamente che sismologicamente, l’allarme diffuso dalla Commissione Grandi Rischi, la quale peraltro non accenna esplicitamente all’area aquilana come possibile scenario di un “futuro evento di magnitudo ancora maggiore”.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-size: 12px;"><span style="color: #ffffff;">Nella mia misera esperienza di Geologo del Territorio “martello e scarponi”, consapevole del mio infimo ruolo accademico, ma formato (questo almeno me lo permetterete!) alla scuola di maestri come Paolo Scandone e Paolo Pialli, mi permetto di contestare le assurde conclusioni della Commissione G.R. e dei notabili dell’INGV che avrà l’unico effetto di seminare il panico tra le popolazioni abruzzesi, mettendo in ginocchio quel che resta dell’economia e del tessuto produttivo aquilano, e non gioverà certo a salvaguardare il territorio dell’Appennino meridionale dove, viceversa, sarebbe opportuno avviare dettagliate analisi sismotettoniche, geochimiche e sismologiche, senza trascurare l’accurato rilevamento dei transienti (precursori) sismici.</span></p>
<p style="margin: 0px; padding: 0px 0px 10px; font-family: &quot;Lucida grande&quot;, tahoma, verdana, arial, sans-serif; color: #444444; font-size: 12px;"><strong><span style="color: #ffffff;">ANTONIO MORETTI – MeSVA, Università dell’Aquila</span></strong></p>
<p>(fonte 6aprile.it)</p>
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		<title>PIZZOLI, LA FAGLIA DEL TERREMOTO DEL 1703</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2017 23:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
				<category><![CDATA[S.O.S. L'Aquila]]></category>

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Il terremoto che distrusse L’Aquila il 2 Febbraio 1703, giorno della Candelora, è stato generato dalla faglia del Monte Marine, a ridosso di Pizzoli e Barete.
In seguito agli studi svolti sugli effetti del sisma è stato stimato che la magnitudo del terremoto sia stata di circa 6.7 gradi della scala Richter, il che lo rende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.6aprile.it/wp-content/uploads/2017/01/2-2-1703-700x350.jpg" alt="" /></p>
<p>Il terremoto che distrusse L’Aquila il 2 Febbraio 1703, giorno della Candelora, è stato generato dalla faglia del Monte Marine, a ridosso di Pizzoli e Barete.<br />
In seguito agli studi svolti sugli effetti del sisma è stato stimato che la magnitudo del terremoto sia stata di circa 6.7 gradi della scala Richter, il che lo rende il più forte terremoto noto alle fonti storiche che abbia interessato il settore aquilano dell’Appennino centrale.<span id="more-4332"></span><br />
Forti danneggiamenti a nord di L’Aquila e in particolare ad Arischia, Pizzoli e Barete cui è stata attribuita l’intensità X della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS). L’Aquila venne praticamente rasa al suolo, con danni gravissimi per quel che riguarda il patrimonio artistico e architettonico del capoluogo abruzzese, e le vittime furono oltre 6.000.<br />
Le indagini geologiche condotte sulla faglia del terremoto del 1703 hanno evidenziato che per eventi di simile magnitudo, originati dalla medesima faglia, il tempo di ricorrenza è verosimilmente superiore al millennio.<br />
Le stratigrafie archeologiche suggeriscono che il grande evento precedente al 1703 possa essere avvenuto nel IV o nel V secolo d.C. Ecco perché sembra oggi poco probabile la prossima occorrenza di un terremoto analogo a quello del 1703, cioè di un terremoto di pari magnitudo legato all’attivazione della medesima sorgente sismogenetica che generò quell’evento [fonte: Galadini / Pantosti di INGV Terremoti].<br />
La storia in effetti ci dice che nel 1703 in pochi giorni avvennero più terremoti distruttivi, a cominciare dal 14 gennaio, quando un fortissimo terremoto, con magnitudo Mw 6.7, interessò l’Umbria meridionale, il Lazio e la parte più settentrionale dell’Abruzzo, distruggendo Cittareale e Norcia, per finire con il terremoto del 2 febbraio che colpì L’Aquila.<br />
La rilettura della storia fa emergere che anche trecento anni fa la discussione tipica del dopo-terremoto sulla possibilità di prevedere i terremoti fu ricorrente. Al proposito basta leggere Anton Ludovico Antinori, il grande storico aquilano del Settecento: “Niuno però presagì prima dell’avvenimento quello, che dopo l’avvenimento di poter naturalmente presagire dicevano quasi tutti”.<br />
Leggi anche:<br />
Pizzoli / Barete, monitoraggio terremoti in tempo reale<br />
fonti:<br />
INGV Terremoti (Fabrizio Galadini, Daniela Pantosti)<br />
Wikipedia<br />
(fonte 6aprile.it)</p>
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		<title>Addio Fabrizia Di Lorenzo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2016 17:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin A©</dc:creator>
				<category><![CDATA[S.O.S. L'Aquila]]></category>

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		<description><![CDATA[
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="853" height="480" src="https://www.youtube.com/embed/Sprwdj6SfMc?rel=0" mce_src="https://www.youtube.com/embed/Sprwdj6SfMc?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen=""></iframe></p>
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